Santa Maria in Calchera

Santa Marina in Calchera – interno

La Chiesa di Santa Maria in Calchera

 

Si vuole che questo nome – Calchera – abbia origine dalle antiche fornaci per la calce; il locus calcariae ricordato in documenti del X-XI secolo è riferito pure alla zona in cui sorse la chiesa di Santa Maria in Calchera: al 954 risalgono due preziose indicazioni, quella in suburbio Brixiae locus q.d. Quadre, e quella infra civitate Brixiae locus Calcariae, nella quale è indubbiamente individuabile la località ancor oggi occupata dalla chiesa di Santa Maria in Calchera, denominazione che le deriva forse dalla vicinanza di una calchera o fornace di calce. Sul sito attualmente occupato del tempio, in origine v’era una modesta cappella dedicata a Santa Maria della Visitazione, ricordata per la prima volta in una bolla papale del 1125, mentre nel 1148 il piccolo edificio è già indicato come Santa Maria de Calcaria, che al volgere del Trecento fu restaurato ed ampliato grazie al generoso concorso della famiglia Calchera, residente nei suoi pressi. Ben presto, tuttavia, dovettero rendersi necessari nuovi interventi di manutenzione o restauro, dato che nel XVI secolo e nel XVIII la chiesa fu quasi totalmente ricostruita, tanto che dell’edificio trecentesco non resta quasi più nulla, eccettuati sbiaditi resti sulla navata di destra e retrostanti l’abside.

Sulla sobria facciata a capanna in muratura e intonaco spicca il portale in pietra con timpano ad arco spezzato, sorretto da due colonne, a fianco del quale aggettano due coppie di lesene; l’identica scansione si ripete nell’ordine superiore, dove in corrispondenza del portale risalta invece l’occhio del finestrone che dà luce all’interno.

 

Interno

L’interno ad una navata, coperta da due basse cupole, con quattro cappelle laterali poco profonde ed una piccola abside rettangolare voltata a botte, è piacevolmente ornato nei pilastri e nei cornicioni con fregi, stucchi in rilievo ed affreschi di Gaetano Cresseri.

 

 

 

 

 

Cena a casa di Simone il Fariseo – Moretto

[1] La celebre pala del Moretto (1550-1554) che adorna il primo altare del fianco sinistro raffigura la Cena in casa di Simone il fariseo (Lc 7,36-50) ed è inserita in un altare ligneo decorato ad imitazione di un intarsio marmoreo datato 1687; la commissione risale alla famiglia Avoltori, che nel 1401 ebbe il patronato laico della chiesa e il cui stemma compare ancora nella cornice dell’opera. «Lo diremmo una scena di genere monumentale, al modo di quello che poco più tardi il Caravaggio concepirà per analoghi temi evangelici. Concentrazione e determinazione dell’ambiente per via di un lume di fianco che taglia in diagonale il fondo di muro, come sarà canone nei dipinti del Caravaggio giovane. Forma non già plastica, ma soda, non tattile ma, per evidenza, tangibile, disegnata e dipinta ad un fiato (si vegga lo scorcio della mano del Cristo, dove il contorno è anche accenno tonale); il servitore col bacile di frutta, la natura morta sul tavolo apparecchiato paiono già tolti di peso da un “Emmaus” di Caravaggio. Il bianco e la contestura della tovaglia, l’ombra densa delle pieghe, il pane smezzato, la testa del pesce nel piatto di stagno, coltello di scorto sull’orlo della mensa: tali testimonianze di veracità pittorica che basterebbe avvicinare, poniamo, all’apparecchiatura di Tiziano nell’”Emmaus” del Louvre – un semplice pretesto per qualche accenno prezioso e scintillante sulle maggiori masse cromatiche – ad intendere l’opposizione del Moretto al classicismo dei veneti e il suo avviarsi deciso verso le soluzioni caravaggesche» (R. Longhi).

[2] Sopra la porta laterale, in corrispondenza della parasta che partisce le due cappelle del fianco, è collocata la piccola tavola con Cristo morto tra San Gerolamo e Santa Dorotea attribuita al Moretto: desta un certo interesse che nella piccola opera siano raffigurati santi estranei alle devozioni tipiche della parrocchia; è probabile che il dipinto sia da collegare alle vicende della confraternita del Divino Amore, con la quale Moretto fu un stretto rapporto. A tale confraternita era cara la devozione per Santa Dorotea – dato che fu proprio nel tempio di Santa Dorotea in Trastevere che prese le mosse la primitiva confraternita – oltre che la devozione per San Girolamo, dato che nel giorno dedicato al santo era fissata l’elezione del priore confraternale. Pure le dimensioni ridotte del dipinto, inducono a pensare che fosse destinato all’altare di un piccolo oratorio quale poteva appunto essere quello del Divino Amore in Brescia.

 

La Madonna del Camino

[3] Il secondo altare da sinistra accoglie invece il cinquecentesco affresco staccato della cosiddetta Madonna del Camino: la piccola opera, attribuita a Luca Mombello, nella quale Maria è effigiata con il bambino tra le braccia, costituiva la coperta di un camino di una casa situata sui terragli degli spalti di Torrelunga, dietro il monastero di Santa Marta, in un luogo denominato ancor oggi Madonna del Camino. Narrano le cronache che nel pomeriggio del Lunedì dell’Angelo del 1690, un certo Antonio de’ Venturis vide improvvisamente la Madonna del dipinto muovere gli occhi ed impallidire come oppressa da grande dolore. Il dipinto, circondato dalla devozione dei bresciani, nel 1754 fu traferito con ogni onore nell’aula della chiesa, e collocato presso l’altare della Natività, restaurato per l’occasione.

[4] La pala dell’altar maggiore raffigura la Visita di Maria ad Elisabetta, datata 1525, è opera di Callisto Piazza da Lodi, formatosi nell’ambiente del Romanino: si tratta di un lavoro molto interessante, anche per gli echi leonardeschi ed emiliani di cui mostra segno, ulteriormente impreziosito dal suo inserimento in un imponente altare marmoreo barocco.

[5] Alla cappella di fondo del fianco destro, è posta la pala di Gerolamo Romanino effigiante la Messa di Sant’Apollonio, originariamente commissionata per la confraternita parrocchiale del SS. Sacramento, databile intorno al 1525, sotto la quale è posta una predella con l’Ultima cena, opera di anonimo cinquecentesco: la leggendaria messa sarebbe stata celebrata una notte, quando il santo si sarebbe trovato sprovvisto degli strumenti necessari al rito eucaristico, che gli sarebbero stati forniti dai santi Faustino e Giovita, miracolosamente apparsigli e ritratti al suo fianco con turibolo e calice; da notarsi, oltre ai committenti riccamente abbigliati sul primo piano della scena, anche la pala dal fondo dorato con la Deposizione.

[6] La cappella seguente ospita una pala con San Carlo Borromeo, opera lombarda del Seicento, a lungo attribuita al pennello di Camillo Procaccini.

[7] In controfacciata è collocata la grande tela di Pompeo Ghitti raffigurante un celebre episodio accaduto nei pressi della chiesa nel 1494: il beato Bernardino da Feltre assistette ad una dimessa processione del parroco di Santa Maria in Calchera, diretto a portare il viatico ad un moribondo in compagnia di un solo chierichetto; il francescano, sdegnato dallo spettacolo, infiammò tanto gli animi dei fedeli da spronarli ad istituire le scuole del SS. Sacramento. Il dipinto è interessantissimo per la rappresentazione dell’assetto urbanistico della città: nello sfondo, infatti, è ben delineata la Loggia, l’antica piazza del duomo e il castello.

 

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